In questi giorni, il PdL è impegnato su più fronti ad un confronto interno: come affossare i processi a carico di Berlusconi facendo più danni possibile, opportunità di candidare un indagato per mafia alla guida della Regione Campania (perché accompagnarsi ad un trans è disdicevole, trattare con la camorra è indice di spigliatezza),e il concorso “chi dice la cosa più banale e populista sull’immigrazione”.
Il tutto a colpi di minaccia di lezioni anticipate, dopo avere vinto quelle scorse sull’assunto –esattissimo- che la sinistra aveva fallito nel mantenere unita la propria coalizione.
Per chi fosse convinto che il confronto di questi giorni sia qualcosa di diverso da una specie di guerra intestina fra cosche, e che possa sfociare in qualcosa di diverso dal solito bacio al sacro culo del Berlusca, ci sarebbe molto da dire e da analizzare.
Quindi io mi fermo qui.
Tuttavia, sposterei la vostra attenzione, una volta tanto, sulla Lega, sulla quale vorrei sottolineare un paio di fatti.
Il primo è a carattere locale: a Coccaglio, in provincia di Brescia, l’amministrazione locale ha lanciato una campagna di controlli a domicilio sui permessi di soggiorno dei cittadini extracomunitari residenti, indifferentemente dalla loro posizione nella comunità (lavoro, inserimento, etc.); tralasciamo l’opportunità e il buon senso di questa caccia casa per casa all’irregolarità, in un Paese che ha fino ad oggi trattato il rilascio di permessi in maniera inefficiente, contraddittoria e incivile; concentriamoci piuttosto sul nome che a quest’operazione (la chiamiamo col suo nome, “rastrellamento”?) è stato attribuito: “White Christmas”, ovvero “Bianco Natal”.
Cacciamo il negro per avere un Natale bianco, qualora vi fosse sfuggito il divertente doppio senso. Questo non è humor, è sarcasmo da aguzzini, è palese mancanza di freni inibitori, è il trionfo del razzismo becero e irrefrenabile: un passo più in là ci sono i cappucci bianchi, e non c’è proprio un cazzo da ridere.
Come non si può ridere a leggere le dichiarazioni dell’assessore alla sicurezza di quella giunta che, a chi gli ricordava che il Natale cristiano dovrebbe voler dire anche “accoglienza”, ha risposto che “Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana”. La quale, per il leghista medio, deve avere molto più a che fare con l’appendere crocefissi che con la benevolenza, se non l’amore, fra fratelli: la luna, il dito... che si diceva degli stupidi?
Il secondo è a carattere nazionale.
Col consueto inutile (data la maggioranza bulgara di cui dispone la destra in Parlamento) e prepotente voto di fiducia, l’acqua viene privatizzata, obbligatoriamente, per tutti i comuni italiani. La Lega, ordinata, ha votato a favore.
Sono quelli che ci hanno spianato gli zebedei per anni con le parole d’ordine: “federalismo”, “autonomia”, “localismo”, “padroni in casa propria”. Poi, alla prima occasione, mettono l’acqua (pardon, non l’acqua, solo la sua gestione e commercializzazione; ci dev’essere una differenza, anche se a me sfugge) nelle mani di qualche multinazionale francese o svizzera (che sono poi extracomunitari).
Come ogni lunedì pari, ieri ho visto i Mondaypals, la congrega di balenghi che mi sopporta da sempre.
Ieri si sbaraccava il club di Monza, poiché gli uffici in cui Barabba fingeva di lavorare passano a più presigiosa destinazione, probabilmente un deposito di stracci. Si torna nella cantina che il padre di Yuri ci mette a disposizione pur di non saperci sulla strada, come ogni buon padre farebbe, non importa l’età del figlio.
Così, ieri facevamo i cartoni, cioè imballavamo le masserizie che accompagnano i nostri lunedì ludici: qualche gioco in scatola, televisore, schermo, Playstation, manuali e schede di Dungeons and Dragons, miniature dipinte. E proprio queste ultime, in bella mostra a centinaia in una teca, hanno richiesto per l’imballaggio, in eleganti fasciature di carta igienica, più di un’ora di lavoro dei tre più attivi di noi. Tre strappi per avvolgere un drago, due per un mago, uno solo per un goblin.
Mentre si fasciavano miniature, ai ragazzi piaceva ricordare l’episodio della precedente sessione di ritrovo, quindici giorni prima, quando, per mancanza del numero legale di giocatori, la partita di Dungeons and Dragons non si è tenuta. Eravamo in cinque, un paio parlottavano, Barabba più un socio a turno si facevano umiliare col calcio dalla Playstation; io, non sapendo bene cosa fare, mi sono dedicato a inserire le miniature, che giacevano in maggior parte imballate in un cartone dall’ultimo trasloco di club, nella teca.
Chiaccherando e cazzeggiando, ci ho messo quasi due ore a sistemarle. Me ne mancavano quattro e avrei finito.
E’ stato a questo punto che Barabba si è voltato e, bello bello, ci ha comunicato: “ah, ragazzi, ve l’ho detto che dobbiamo sbaraccare? Qua si chiude.”
Io credo di avere, a quel punto, semplicemente espresso a Barabba il mio disappunto sul tempismo delle sue comunicazioni.
Tuttavia, secondo Janni, pare io abbia accostato divinità ed animali da cortile, e a volume sostenuto.
Secondo Andrea The Tab, invece, ho assunto l’espressione omicida di Telespalla Bob, quando, col labbro che trema per la rabbia, guarda Bart Simpson rovinargli ancora una volta i piani criminali.
Invece Sigarone Mauro, che due lunedì fa era uno di quelli assenti, ha giurato che da casa sua, guardando il cielo notturno in direzione del club, ha visto chiaramente i fulmini e la luce livida di Mordor, come nel Signore degli Anelli, addensarsi su Monza.
In ogni caso mi sono vendicato: Barabba, per i prossimi quindici giorni che lo separano dal trasloco, avrà a disposizione quei due-tre strappi di carta igienica che gli ho lasciato; di più, non meritava.
Sono incazzato, umiliato, stanco.
Mi è difficile scherzare su quanto è successo ieri: a firma di Gasparri e di un'altra marionetta di cui non mi do la pena neppure di cercare di ricordare il nome (la faccia il padrone del servo, questa fatica) un disegno di legge è stato presentato in Parlamento.
"Processo breve", hanno definito questa farsesca disposizione, così chiaramente ad personam che neppure ci si da la briga di fingere che non riguardi i processi di Silvio B. Lo dicono chiaramente gli esponenti del PdL, lo dicono i giornali di casa Berlusconi.
La farsa sta nella logica:
"I processi in Italia durano troppo."
"Giusto, li sveltiamo?"
"No, li chiudiamo."
Ma di grave, così grave da avere a che fare con una criminale responsabilità più che con la farsa, ci sono le conseguenze di questo disegno di legge.
Se volete fare un'escursione fra i processi che finiranno al macero, potete leggerli qui. Se volete un rapido e tutt'altro che esaustivo elenco dei più clamorosi, vi cito i casi di Parmalat, Cirio, Antonveneta, Enelpower, Thyssen, Eternit, clinica Santa Rita e lo scandalo rifiuti della Regione Campania. Più tutti gli altri casi di truffa, corruzione, lesioni che, pur non essendo balzati agli onori delle cronache, prevedono vittime -comuni cittadini- che non saranno risarcite, anzi saranno beffate da una prescrizione incomprensibile.
Inoltre -si fa notare sul Corriere- non più tardi dell'anno scorso, questo stesso governo emanò un decreto per cui avrebbero avuto una corsia preferenziale fra i processi quelli a carico dei recidivi, considerati socialmente più pericolosi.
Ora, col pericolo di vedere prescrivere i processi a carico degli incensurati, si darà la precedenza a quelli, lasciando ingiudicati più a lungo i recidivi.
L'ennesimo capolavoro di logica, coerenza, serietà.
Una battuta, scusatemi, ma oggi proprio non mi viene.
E allora riprendo la proposta che -provocatoriamente- fece anni fa l'allora deputato Nando Dalla Chiesa, offrendosi di presentare una proposta di legge che garantisse a Berlusconi una totale immunità da qualsiasi cosa, così, come individuo, a patto che la smettesse di sfasciare la giustizia per farsi i cazzi suoi, e scusate il francesismo.
Rilancio quella proposta, ma seriamente. A questo punto, in uno Stato dove, assieme al principio costituzionale dell'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, si calpestano elementari diritti di giustizia, non vale più la pena di difendere quel principio.
Che naufraghi pure, insieme alla menzogna che viviamo in uno Stato di diritto. Ma che eviti di portarsi dietro tante vittime di reati, solo per continuare l'ipocrita finzione che Berlusconi non sia impegnato da quindici anni, in qualunque modo e a qualunque costo, a salvarsi il culo.
- Un popolo dovrebbe capire quando è sconfitto.
- Io lo capirei, Quinto... tu lo capiresti?
(" Il Gladiatore")
[Faffo incrocia la sorella Simmi a casa della mamma. Simmi le chiede:]
“Come trovi mi stiano i nuovi occhiali?”
[Montatura in tartaruga, piuttosto severi]
“Hm, bene, ma… non sono un po’ troppo seri?”
“Senti, sono un’insegnante, mica mi posso vestire come i miei ragazzi, no?”
[Dieci minuti dopo, Faffo vede uscire la sorella. A tracolla ha la sua borsa “Hallo Kitty”, fucsia.]
“Ah, Simmi’?”
“Sì?”
“Va a caga’, va.”
[Sipario]
Ieri sera, su Sky, ho visto un film diretto da Maria Sole Tognazzi, con Pierfrancesco Favino.
Genere: fantascienza. C'era uno che stava con Monica Bellucci, e poi la lasciava.
Figuriamoci.
Caro Vasco, chi ti parla è stato tuo fan, se non dal primo, dal secondo album. E poi fan non è neppure la parola giusta, primo perché al tempo non si usava, secondo perché al tempo ero più propriamente fulminato per te. Ho amato visceralmente la tua musica e salutato l’ingresso prepotente e sgraziato del tuo rock nella noia della musica italiana; sono passato dalla sorpresa alla curiosità e ho sconfinato nell’entusiasmo, per te.
Negli anni ’80 venni al tuo concerto al campetto di calcio comunale di Pietra Ligure, saremo stati 2-300 (4 per la Questura, quindi) e mi fa sorridere pensarci adesso che, da calvo, riempi gli stadi.
Te lo riconosco, sei stato a lungo e meritatamente nel mio cuore. Mi hai fatto sorridere di gusto con “Colpa di Alfredo”, mi hai esaltato con “Asilo Republic”, mi hai emozionato con Albachiara; ti sei presentato a San Remo con “Vita spericolata” facendola entrare direttamente nella storia della canzone italiana; il tuo chitarrista ha portato la distorsione alle orecchie di questo Paese di neomelodici.
Insomma, fino a metà degli anni ’80 sei rimasto irriverente, vitale, sorprendente. Vivo.
Poi sei diventato un fenomeno di massa, e qualcosa in ispirazione hai perso. Ma pazienza, succede.
Però adesso hai rotto. Ritirati.
Sono anni –troppi anni- che hai perso smalto, che i tuoi album si ripetono senza un’impennata, un lampo, e che ripeti te stesso.
Non che siano interamente brutti. Qualcosa di brutto, certo, c’è: solo fra le più recenti quel cazzo di mi piaci te, ma come te lo devo dire? è così brutta che nel sentirla ho temuto fortemente che mi si accartocciassero le orecchie. Proprio la linea vocale è incerta, inconsistente, le parole sono fra il puerile e lo svogliato, è brutta brutta brutta.
Ma insomma, non tutto è orrendo; piuttosto, è che di bello non c’è niente.
Guizzi, zero. Novità, sorpresa, rottura degli schemi, zero. Anche quando abbozzi un verso di pallida protesta pari un pensionato che mugugna.
Da tempo non mi posso più dire tuo fan, e, invece che venir ad un tuo concerto preferisco fare un sudoku o guardare una replica del Dr. House, anche già vista: c’è più possibilità di essere sorpresi.
E fin qui, passi.

Passi anche sulla china di bavoso tampinatore di giovinette, al limite della pedofilia, sulla quale da tempo precipiti. Con le mie mani fra le gambe diventerai più grande è un verso che avresti potuto lasciare scrivere e interpretare a Califano. Fai schifetto, lasciatelo dire.
Sorvoliamo anche sulla tua conversione al bieco commerciale, tu che sembravi voler capovolgere il mondo. Mi canti come stai? Ti distingui dall’uomo comune, ti piace vivere come vuoi (anche questa, brutta brutta brutta) e poi te la vendi per i martellanti spot dei servizi e telefonini TIM, il prodotto più massificato e massificante che ci sia. Ma se un po’ di coerenza e buon gusto non te li concedi ora che sei stramilionario, quando te li concederai?
Ti concedo perfino, e lo faccio in nome dei vecchi tempi, quella furbata di spacciare, nella pratica, per tua una canzone (questa, sì, fresca e nuova: infatti non è tua), “Celebrate” degli An Emotional Fish, senza neppure prenderti la briga di inventare un testo, ma limitandoti a scimmiottare in italiano il suono delle parole originali, cosicché Celebrate: the party’s over - I’m going home diventa Sorridete: gli spari sopra - sono per voi.
E’ brutto, ma ci sta. Il gruppo qui era sconosciuto e tale sarebbe rimasto, hai fatto il furbetto ma hai cantato una bella canzone, te la concediamo.
Ma cazzo, “Creep” no. Creep non la dovevi toccare.
Vasco, ci sono cose sacre e Creep è una di queste.
E’ emozionante, unica, colpisce come un pugno ancora dopo la trecentesima volta che la senti. Io, nel mio piccolo, l’ho suonata per anni con la mia scalcagnata band di incapaci, la conosco battuta per battuta e ancora mi emoziona profondamente sentirla.
E’ un capolavoro.
Non si tocca, non si rifà, non è possibile migliorarla; se proprio proprio vuoi coprirti di ridicolo puoi farne una versione jazz, o rap, o melodica, e dire che l’hai interpretata, come ha fatto quel pirla di George Michael con Roxanne.
Se la ami, puoi darne una versione live accompagnata da un ukulele, stonando pure, come ha fatto quell’amabile pazza della cantante dei Dresden Dolls.
Ma rifarla con lo stesso stile e un arrangiamento simile, no, ma che ti è saltato in mente?
La tua versione è oggettivamente, francamente, senza appello brutta: riduttiva, anodina, svogliata.
E’ autentica come una tetta siliconata.
E’ emozionante come le e-mail che mi manda il mio commercialista.
E’ profonda come una pozzanghera.
E’ pietosa.
Vasco, lo riconosco, arrivo troppo tardi per impedirti quest’ultima brutta figura.
Ma per te, per quello che sei stato, per quello che noi abbiamo amato in te, ti prego: ritirati.
Fallo per noi.
Si uniscono all’appello (sempre per amore del Blasco):
PRECEDENTI CROCIATE:
§ La tuta.
Chiunque non conosca il sapore dello shampoo
è perché non ha mai fatto il bagno ad un cane.
Franklin P. Jones
Immaginatemi seduto alla mia scrivania, nell’ufficio che la Banca Shmeckshmock paga perché io, con la mia suadente dialettica, spinga i clienti ad investire i loro soldi invece che spenderli in cose inutili tipo sesso, droga e rock and roll, o peggio libri o teatro.
Non ci crederete, ma qualcuno mi da retta quando gli dico cosa fare coi suoi risparmi, e ancora non chiede l’elemosina all’angolo di una strada.
(Io sono quello dietro la pigna di carta, lo vedete che vi faccio ciao con la manina?)
Prendo il numero di cellulare di Frazzamozzi, uno dei miei clienti preferiti. Conduce l’azienda di papà, producono laminati in polifosfato isolante antiurto e componibili, qualunque cosa siano.
Pronto?
- Dottor Frazzamozzi buongiorno, sono Xantrini. Come sta? La disturbo?
[Faccio sempre le due domande in sequenza, nella speranza che non si risponda alla prima.]
- Ah, Xantrini, buongiorno. Bene. No. Dica pure.
- La chiamavo per lo scudo fiscale. Banca Shmeckshmock ha messo a punto le procedure per agevolare i clienti nel rientro dei capitali detenuti illegalmente all’estero. Vorrei incontrarla per parlarne e vedere di fare rientrare i suoi.
- I miei? Ehm… è sicuro che sia una buona idea parlarne al telefono?
- Ma dottore, non li legge i giornali? Se lei ha dei capitali all’estero e li farà rientrare salverà l’economia, sarà un eroe. Altro che telefono, dovremmo usare un megafono e farlo sapere a tutti. Che diavolo, è giusto che gli eroi vedano riconosciuti i propri meriti, in questo paese!
- Bah, può anche avere ragione, Xantrini. Il fatto è che io di capitali all’estero non ne ho.
- Scusi scusi scusi, ho capito bene? Lei non ha capitali oltre frontiera, in Svizzera? Case? Quadri? Niente? Perdoni, ma io credevo che, col lavoro che fa, lei guadagnasse.
- Certo che guadagno, ci mancherebbe. Solo che non ho mai portato niente all’estero.
- Quindi mi sta dicendo che ci paga le tasse? Ma cos’è, scemo? Sveglia, lei vive in Italia! Perfino il premier, che dovrebbe incaricare il suo ministro di tassarla, afferma che non pagarle è giusto perché sono troppo alte; e lei mi viene a dire che le paga?
- Beh, sì… insomma, su quasi tutto.
- Ah, vede che inizia a ragionare? Parliamo del resto, allora: cosa fa, ritocca il bilancio dell’asiendetta , eh?
- Xantrini, ma è sicuro che si possa parlare di queste cose al telefono?
- Ma dottore, si informi! Il falso in bilancio gliel’hanno depenalizzato da anni, le rogatorie internazionali sono state impedite… oltretutto adesso c’è in programma anche di proibire le indagini svolte mediante intercettazioni e, a meno che lei non specifichi che vuole commettere un atto di terrorismo o di mafia, al telefono possiamo tranquillamente pianificare uno stupro, un omicidio o una rapina in banca. E lei che mi fa, mi tituba? Cosa devono fare per farle prendere coraggio? Istituire un premio nazionale per la più creativa invenzione contabile? Intitolare una piazza al registro contraffatto? Ormai si tratta di simpatiche marachelle, un po’ come mettere le corna alla sua signora: se lo racconta agli amici, fa pure bella figura.
- Si, beh, ha anche ragione,. Diciamo che, ecco, qualcosa fuori del bilancio aziendale l’ho messo da parte.
- Oh, bene! E in che nazione l’ha depositato?
-Qui, in Italia.
- Ma dottor Frazzamazzi, allora lei non collabora! Come, in Italia? Ma lo sa che il condono vale solo per chi li ha portati all’estero? Cosa le costava? Una domenica a Chiasso, vedeva un po’ di vetrine, comprava un po’ di cioccolato, pieno di benzina che conviene anche, un salto ad una banchetta di gnomi elevetici e, zac! Ora riportava a casa tutto col 5% di penale.
- Niente tasse? Niente arretrati? Niente interessi di mora?
-No, mica siamo in Inghilterra o Stati Uniti. 5% e via andare, e diventa anche un salvatore della patria.
- Nessuna conseguenza penale?
- Mi scusi, ma qual è la parte di CON-DO-NO che non ha capito? No, niente conseguenze penali, amministrative o tributarie.
- Ma non si chiama mica “condono”.
- Ho capito, ma mica si chiamano le cose col loro nome, ha presente dove vive? Se una puttana è una escort e un puttaniere un utilizzatore finale, un condono potrà pure essere uno scudo, no?
- In effetti… Tra l’altro è un affare, devo dire. Cioè, rispetto ad avere pagato le tasse a suo tempo, qui mi balla un 35-40%. Mica male.
- Quindi?
_ Quindi niente, Xantrini. I miei soldi li ho nascosti in Italia.
- Male, dottore, male. Lei proprio a questo governo non vuole venire incontro, eh? Con tutto quello che fa per lei, ancora non fa neppure il minimo per assecondare i suoi interessi. Dica la verità, che le piace trovare la pappa pronta.
- Ma non posso portarli fuori oggi e farli rientrare subito?
- No. Può portarli fuori quando vuole, ma mi sa che deve aspettare il prossimo condono per farli rientrare.
- Ah, perché ne fanno un altro? Io avevo sentito che questo sarebbe stato l’ultimo, che poi avrebbero iniziato a perseguire gli evasori.
- Beh, sì, l’hanno detto. Tremonti l’ha detto anche la prima e la seconda edizione dello scudo, e questa è la terza. D’altra parte, ci pensi: se la motivazione è che c’è bisogno di soldi per il bilancio, provi a pensare ai prossimi anni: le pare che come esigenza verrà meno?
- No, non credo.
- Le pare che davvero si mettono a far la lotta all’evasione? Son quindici anni che governa Berlusconi, ha visto maggiori controlli?
- Grazie a dio, no.
- Allora, vede?
- Ha ragione, Xantrini. Adesso mi metto di buzzo buono e vedrà che la prossima occasione non la perdo. Tiro su del gran nero e poi al prossimo condono glielo giro, va bene?
- Va benissimo, dottore; guardi che conto su di lei, ah ah.
- A presto, Xantrini, ah ah. E scusi.
- Di niente, dottore, cosa vuole che sia? La mi stia bene.
Appendo. Provvigioni sfumate, budget di raccolta fermo.
Se devo vivere nell’Italia berlusconiana -e sono certo che Frazzamazzi l’ha votato- almeno mi volete fare ricco?
Eccheccazzi, un po’ di coerenza!
(Voi, non io)
Ancora lui? Sì, ancora lui. Vi giuro, mi piacerebbe parlare d’altro. Sono il primo a dire che un blog come questo, dedicato al sorriso, avrebbe bisogno di più humor e meno sarcasmo.
Ma quello che succede giorno dopo giorno al mio Paese e alla sua vita democratica sono cose così gravi ed inedite che non riesco a tacere, e nemmeno a parlare d’altro, questione di precedenza:
Tempi così difficili che parlare d’alberi eccetera, diceva Brecht, si parva licet; non licet, e io mi limito a dire che non posso star zitto.
L’altroieri leggevo le irate reazioni di Berlusconi, che una volta tanto è riuscito addirittura a fare emergere la propria voce in mezzo allo starnazzare dei più appassionati tirapiedi, quelli che sono lì ad amplificare il suo pensiero, i vari Cicchitto, Capezzone, Bonaiuti e il pupazzo Gnagno. (Di questi, uno solo è un vero pupazzo da ventriloquo, di quelli di legno; sta a voi scoprire quale)
Stavolta Berlusconi si lagna di “complotti che intendono ribaltare la volontà popolare” e minaccia il ricorso alle urne. Dio, come AMO i populisti; ogni volta che minacciano il plebiscito popolare mi corre un brivido lungo la schiena e fremo di ammirazione; fa così Sudamerica, sento profumo di tortillas e banane.
Parlava della Daddario, ho pensato, quella che getta un tantino d’ombra sulla sua supposta serietà di uomo politico.
O forse del processo Mills, nel quale il premier potrebbe presto trovarsi coinvolto se i giudici della Corte Costituzionale, armati di lente di ingrandimento, saranno capaci di trovare quell’elefante che è l’incostituzionalità all’interno del lodo Alfano.
Invece no.
Parlava di una condanna civile, riguardante non lui ma una sua azienda, Mediaset. Una delle tante, peraltro.
Ve la faccio breve: anni fa Mediaset si è aggiudicata Mondadori sottraendola alla Cir di De Benedetti con una sentenza che Berlusconi comprò, corrompendo i giudici. Ve lo ricordate, Cesare Previti, che di fronte ad un bonifico di un miliardo di lire su un conto estero, che poi passò in buona parte a giudici corrotti, sostiene che si tratta di una parcella? Una parcella da un miliardo, un classico dell’umorismo giudiziario; erano gli anni novanta, bei tempi, eh?
Una sentenza di pochi giorni fa (“a orologeria”, la definiscono i corifei del PdL; un giorno ci diranno qual è il giorno buono per una sentenza che riguardi il premier, visto che di sentenze ce n’é una al mese e sono tutte definite “ad orologeria”) ha stabilito in sede civile un conteggio di danni, danni civili, che Mediaset deve all’azienda di De Benedetti: 750 milioni di Euro.
Mica nespole, d’accordo: sono anzi un bel mucchio di quattrini. Ma quello sono, appunto: quattrini.
C’è stata, anni fa, una sentenza in sede penale? Allora segue il conteggio dei danni in sede civile. E’ normale, funziona così per tutti.
Non è in dubbio o sotto giudizio –in questo giudizio civile- la capacità o possibilità di governare del premier; né il fatto che la sua azienda debba sborsare dei soldi incide in alcun modo neppure sul prestigio della carica, perlomeno non più di quanto abbia inciso a suo tempo la sentenza penale di condanna di Previti (e abbiamo visto che agli italiani, della cosa, non importò una fava, visto che se lo sono votato più e più volte).
Neppure si può affermare che Berlusconi venga, da questa sentenza, messo in ginocchio sul piano economico; non farò la brutta figura di fare i conti in tasca agli altri, ma credo di non andare lontano dal vero nel dire che il vecchio è ricco sfondato, come Paperon De’ Paperoni ma senza le piume, anche se il toupet che sfoggia potrebbe effettivamente essere piumaggio; capelli, certo, non sono.
Insomma, ribadisco che si tratta solo di soldi.
Invece il cavaliere minaccia di far cadere il governo e di mandarci alle elezioni anticipate; si lamenta che si voglia “sovvertire la volontà degli italiani”.
Improvvidamente, spudoratamente, ingenuamente (fate voi), ma il premier dichiara apertamente che i suoi soldi sono il motivo per cui è premier, il motivo per cui si sono espressi in suo favore alle elezioni gli italiani e per cui si esprimeranno nuovamente non appena il cavaliere dirà loro che è giunto il momento di farlo.
Questo è quello che crede, e ve lo dice in faccia.
Che lui veda nella politica un modo di fare i propri interessi, io, in mezzo a tanti altri coglioni e farabutti, l’ho sempre detto.
Ma cazzo, gente, ora l’ha detto lui! Ma cosa deve fare di più per farvelo capire, attaccare dei manifesti? Telefonarvi a casa? Tatuarvelo in fronte?
(come direbbe Woody Allen se fosse nato lombardo.) *** Tutto ciò che ho detto, sentito dire, scritto e letto e che mi ha causato una qualsiasi forma di sorriso. By Xantro. *** (N.B. Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità, poiché sono pigro. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7/3/2001, che peraltro non conosco.)